Scritto da: moderatore | 11 Agosto 2010

Il caso Aliprandi-Pavanetto, la Politica ai tempi di Berlusconi&Bossi, il ruolo del Pd

Riporto qui di seguito l’intervento pubblicato oggi sul mattino di Padova:

Ero ancora un ragazzo quando iniziai a fare Politica. E la maiuscola non è a caso: pensavo che la Politica fosse l’espressione del meglio, l’arte di dare un progetto alla città, la capacità di una visione, una passione, una risposta concreta, una spinta al miglioramento: perchè questa società fosse più giusta, libera, sostenibile, umana.

Le vicende di questi giorni denunciate dal mattino – le esternazioni fasciste dell’assessore provinciale Enrico Pavanetto, l’assurdità del commento omofobo del consigliere comunale Vittorio Aliprandi – mi hanno spinto ad andare oltre: oltre la denuncia, oltre la stigmatizzazione, oltre l’indignazione. Ho provato a mettere insieme, a legare con un filo tante storie. Ho rivisto il film di questi anni, di questi mesi, piccole e grandi vicende, lente ed inesorabili discese verso lo stupro della convivenza civile. Rimanendo da queste parti: affermazioni omofobe pronunciate in consiglio provinciale, aggressioni, razzismo pure in un cantiere. Storie di Provincia: a Cittadella ed in tanti Comuni amministrati dalla Lega l’atteggiamento nei confronti delle opposizioni è squadristico, l’accesso agli atti è limitato e viene raccontata come “legalità” la guerra ai poveri, agli indifesi; gli “sbandati” e gli “extracomunitari” sono diventati nell’immaginario oggetto di rabbia sociale. Questo linguaggio non aiuta la convivenza civile, viviamo nella società della “comunicazione” e dell’ “immagine”, serve a poco dire che “c’è comunque integrazione”. La verità è che il tessuto sociale è stato frammentato, corroso. Un linguaggio rabbioso e incivile si è mischiato in maniera strumentale con il linguaggio delle “regole”, in un circolo vizioso delirante; le “regole” sono diventate la “forma”, la scusa, il cavallo di Troia per aprire la porta ad una società egoista, razzista, chiusa. Chiusa anche ad esperienze apprezzate da tutti come Banca Etica: a San Giorgio in Bosco, la maggioranza leghista ha rispedito al mittente le azioni di Banca Etica definendole “rami secchi”, “sono iniziate le pulizie di primavera”; il Pd, con il capogruppo Sebastiano Rizzardi, ha permesso il riacquisto di quelle azioni, ma non a nome del Comune, a nome di un gruppo di cittadini che hanno scelto la giusta parte. E gli esempi potrebbero essere tanti, la cronaca racconta queste violenze, che passano, nel tritacarne del quotidiano. Ma intanto scavano, legittimano ogni aggressione. Parafrasando una vecchia poesia: insultano e distruggono nell’intimo gli omosessuali, ma io non protestavo, io non ero omosessuale; insultano gli oppositori politici, li denigrano nella loro rispettabilità, ma io non protestavo, io non ero un oppositore politico; insultano la magistratura, il Presidente della Repubblica, l’equilibrio dei poteri, ma io non protestavo. Poi insultarono me, e non c’era più nessuno che protestava. Ero rimasto solo.

Possiamo chiamare questo imbarbarimento – costruito sulle violenze verbali di due campioni, Berlusconi & Bossi, i principi delle “sparate”, del gesto dell’ombrello e del dito medio alzato - in tanti modi. Ma questo imbarbarimento toglie senso alle Istituzioni. Per molto tempo è rimasto solo il PD a difendere le Istituzioni. In solitudine: il partito del cambiamento, della sostanza, costretto al ruolo di “partito conservatore”, a “conservare” la Repubblica, la forma democratica in Italia. Costretto a questo ruolo dall’irresponsabilità della destra e della Lega. Oggi, vediamo che parti del centrodestra moderato comprendono la gravità della situazione. Casini prima, Fini oggi, arrivano con noi a dire “basta” all’inciviltà dei rapporti, ad una politica di urla e grida, di pernacchie e sberleffi, di insulti, di mortadelle agitate in Parlamento. Perchè la Politica barbara non è solo a Roma: è anche in Provincia, è anche qui. Ed è ovvio che sia così: nel tempo della comunicazione, il “rutto” del leader nazionale legittima per connessione quello dei piccoli leader locali, che si sentono legittimati a buttare tutto nel cesso: la bandiera, la libertà sessuale, i diritti fondamentali. Va bene così, l’importante è apparire, istigare un istinto, trovare un quarto d’ora di celebrità, nel Grande Fratello pattumiera della narrazione politica. Dietro, dentro, il nulla. E via via, questo esempio cafone, volgare e diseducativo penetra, come un virus, dentro la società, dentro i rapporti tra le persone.

Noi, oggi, siamo chiamati ad una “nuova Resistenza”, che ci permetta di archiviare questa deriva, che già Dossetti – profetico – intuiva con una metafora: “La terza guerra mondiale”, come distruzione totale dei valori fondanti della società civile. Ad una forza progressista come la nostra spetta la sfida di ricostruire questa società, di scrivere un altro racconto per l’Italia. Perchè sia più giusta, libera, sostenibile, umana. Come in quel mio sogno di ragazzo.

Piero Ruzzante

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