BASTA SUICIDI IN CARCERE. LA POLITICA NON NEGHI LA DIGNITA’ UMANA AI DETENUTI
La morte di Giuseppe Sorrentino (35 anni), che segue di due settimane quella di Walid Alloui (28 anni), avvenuta sempre alla sezione “Protetti” del Carcere “2 Palazzi”, è il tredicesimo caso di suicidio avvenuto dall’inizio di quest’anno negli istituti di pena italiani. Questi suicidi hanno spesso il tratto comune di essere dettati dall’”angoscia” del presente in cui si trovano a vivere i detenuti: una condizione inumana che spesso significa sovraffollamento pauroso, difficoltà di cure e assistenza, tutte situazioni che si aggiungono alla rarefazione dei contatti con i propri cari e familiari. Come spesso accade, quando questi segnali di disperazione provengono dalle fasce sociali più deboli della società, la politica si dimostra cinica e refrattaria a compiere quegl’atti, minimi ma concreti, che allevierebbero le condizioni dei detenuti e, piuttosto, preferisce i proclami, (come quando circa due mesi il Ministro Alfano ha dichiarato lo stato di emergenza carceri) senza però far mai seguire i fatti.
In realtà, basterebbero dei piccoli provvedimenti che l’amministrazione penitenziaria potrebbe prendere subito per cercare di migliorare le condizioni dei detenuti, come aumentare la possibilità per loro di relazionarsi maggiormente con la famiglia, cosa che allevierebbe il senso di solitudine proprio della condizione carceraria e che spesso porta alla depressione con le conseguenze che ne derivano. Sarebbe bene, quindi, garantire loro, maggiori colloqui. Inoltre, laddove non ci sono controindicazioni, sarebbe il caso che i detenuti stanziassero in carceri vicino a casa, così da facilitare i colloqui con i propri familiari.
Giuseppe Sorrentino era di Nola, nel Salernitano. Secondo il suo avvocato, la sua era una morte annunciata. Aveva già fatto lo sciopero della fame, era stato ricoverato diverse volte e soffriva di una grave crisi depressiva inconciliabile con le condizioni in cui viveva. Nel suo caso, era stato richiesto che venisse almeno trasferito ad un carcere più vicino a casa, così da poter rendere più semplici le visite familiari. Non gli è stato permesso, addirittura in una relazione era stato scritto che il malato fingeva. Non fingeva e la sua morte, ora, lo sta a dimostrare.
Piero Ruzzante
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