VENERDÌ, 26 FEBBRAIO 2010
Il Mattino di Padova - Pagina 19 - Altre
ELEZIONI
Il centrosinistra deve avere il coraggio di parlare di immigrazione
di PIERO RUZZANTE
Un luogo comune tipico di queste ultime campagne elettorali consiglierebbe ai candidati del centrosinistra di non parlare di immigrazione, politiche di integrazione degli stranieri o solo di accostare il termine «solidarietà» a quello di «immigrati».
Io non la penso così, credo invece che la discussione intorno a questi temi sia necessaria alla costruzione di una società diversa rispetto a quella in cui viviamo. L’occasione per farlo me la dà Zaia, che - pur di non rispondere alle precise domande poste dal sottoscritto e dal PD sull’uso di fondi pubblici nella sua costosissima campagna elettorale - ha detto che «gli immigrati possono votare quando diventeranno cittadini italiani» fingendo di ignorare i tempi e le difficoltà che la cosa comporta, confermando così la posizione del centrodestra che vorrebbe gli stranieri assegnati in modo permanente ad uno status di cittadini di serie B, con solo doveri e nessun diritto, da trasmettere anche ai loro figli. Io credo, invece, che un cittadino straniero che rispetta le leggi italiane e lavora nel nostro paese, da almeno 5 anni, debba acquistare il diritto di partecipare alla vita politica della città in cui risiede, debba in altre parole, avere il diritto di votare alle elezioni amministrative.
E’ questa la chiave non solo per l’integrazione, ma anche per la sicurezza delle nostre comunità. Cito il sindaco Zanonato, un amministratore - anche il ministro leghista Maroni è stato costretto a riconoscerlo - che sa coniugare sicurezza dei cittadini e integrazione degli stranieri a cui ho sentito fare un esempio illuminante: «E’ come, se in un condominio, un condomino fosse tenuto a pagare tutte le spese e a seguire i regolamenti condominiali, ma poi gli si impedisse di partecipare, parlare e votare alle assemblee del condominio». Una cosa ingiusta. E ancora più ingiusto - tema accuratamente evitato da Zaia - appare la mancata concessione di cittadinanza ai bambini, figli di stranieri, nati in Italia. Per uno di loro che nasce nel 2010 nel nostro paese, la cittadinanza arriverà, salvo complicazioni, solo nel 2028 al compimento del 18. anno di età. Nel frattempo, vivrà da straniero in un Paese a cui inevitabilmente sentirà di appartenere. Un Paese, si pensi al Veneto, dove la spesa sociale è stata tagliata del 30% con tutto quel che ne consegue nel mondo dell’associazionismo e del volontariato che spesso opera nel settore delle politiche per l’integrazione. Contro tutto questo, il 27 febbraio parteciperò all’iniziativa «I diritti alzano la voce» promossa dal gruppo Abele di Don Ciotti che non a caso, ancora all’inizio del fenomeno migratorio, diceva «volevamo braccia, sono arrivate persone» distinguendo bene la lotta alla povertà dalla lotta ai poveri, l’unica cosa che sanno fare Lega e Pdl.
Concludo ricordando l’ostensione del Santo appena conclusasi. Anche lui era uno straniero. Eppure questo fatto è del tutto irrilevante. Ricordiamocelo.
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