L’8 e il 9 novembre del 1987 circa 30 milioni di italiani si recarono alle urne per votare tre quesiti referendari che, di fatto, sancivano l’abbandono da parte dell’Italia del ricorso al nucleare come forma di approvvigionamento energetico. Quasi tutti i politici di allora (anche il Psi di Craxi, strano che in questo periodo di riabilitazione nessuno se lo ricordi) si schierarono per il NO al nucleare. Oggi si dice che quella scelta fu presa sull’onda emozionale della tragedia avvenuta poco tempo prima a Chernobyl, ma la verità è che le ragioni che allora fecero prevalere il no sono tuttora attuali. Non sono stati infatti risolti i problemi fondamentali: lo smaltimento delle scorie radioattive e la dismissione delle centrali a fine ciclo, operazione quest’ultima dai costi economici e umani altissimi (in Gran Bretagna questa operazione è stata rimandata, per legge, di 100 anni, confidando che nel corso di un secolo la radioattività dei siti si attenui e che nel frattempo lo sviluppo tecnologico renda possibile condurre i lavori senza sacrificare la vita degli addetti alla bonifica).
In tutto il pianeta solo l’Italia e l’Iran di Ahmadinejad hanno deciso di investire in una tecnologia ormai superata. I Paesi più evoluti, in particolare gli Stati Uniti di Barack Obama, stanno invece puntando sulle energie alternative, in grado di assicurare una maggiore resa energetica, attraverso il sole, l’aria, l’acqua, la geotermia, le biomasse, scommettendo su uno sviluppo eco-sostenibile. E’ evidente, dunque, quel che sta avvenendo: attraverso una massiccia campagna di disinformazione si vuol far passare per progresso quella che invece è una scelta sciagurata, non tanto per noi, ma soprattutto per i nostri figli. In poche parole: ipotecano il futuro, senza volersene assumere la responsabilità. Come spiegare altrimenti l’atteggiamento schizofrenico del PDL e della Lega? Quando sono a Roma sono tutti per il nucleare, appena tornano nella loro regione si affrettano ad assicurare: “Mai nel nostro territorio”. Qui in Veneto, il ministro Zaia è il perfetto rappresentante di questa categoria di politici: a parole dice di essere contrario al nucleare, in Consiglio dei Ministri non fa una piega quando si tratta di votare un provvedimento che lo estromette, nella malaugurata ipotesi in cui vincesse le elezioni, da qualsiasi potere decisionale. Ci vogliono mettere una centrale vicino casa, tra Chioggia (il mare dei padovani) e il Polesine, e pretendono il nostro silenzio: il massimo per chi andava a blaterare in giro “Paroni a casa nostra”. Di questo passo, c’è veramente da preoccuparsi ripensando al suo slogan: “Prima il Veneto”. E viene da chiedersi: prima il Veneto anche nell’installazione di una centrale nucleare?
Le ragioni del nostro dissenso si basano su dati di fatto inconfutabili e su semplici constatazioni: nella provincia di Padova si produce il 60 per cento dei pannelli fotovoltaici di tutto il Paese; Padova a breve diventerà la capitale europea del fotovoltaico, grazie alla installazione di pannelli sull’Interporto e sul Mercato ortofrutticolo; sono tantissime le aziende della nostra Regione che si sono convertite alla produzione di energie rinnovabili; il turismo in Veneto alimenta in maniera decisiva la nostra economia.
Il mondo e la nostra regione vanno in una direzione, il governo e la Lega vanno in direzione “ostinata e contraria”.
Noi riaffermarmiamo i motivi di una scelta per nulla ideologica, ma fondata sui fatti e sulla ragione.
Piero Ruzzante
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